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Belluno

Descrizione
«Bisogna che mi decida finalmente a scrivere qualcosa sulla terra dove sono nato. Ne ho la voglia da parecchie centinaia d’anni ma non riuscivo mai a partire. Perché si dà questo curiosissimo caso: se qualsiasi italiano di qualsiasi regione proclama che la sua terra è stupenda e che ci sono meravigliosi monumenti e meravigliosi paesaggi e così via, nessuno trova niente da dire. Ma se io dico che la mia terra è uno dei posti più belli non già dell’Italia ma dell’intero globo terracqueo, tutti cascano dalle nuvole e mi fissano con divertita curiosità. La mia patria infatti si chiama Belluno e benché sia capoluogo di provincia, vado constatando da decenni che quasi nessuno tranne i bellunesi, sappia dove sia (e molti anzi ne ignorano perfino l’esistenza). Intanto, per cominciare, quei pochissimi che credono di saperne qualche cosa, si sbagliano due volte. “Ah, Belluno! - dicono immancabilmente - è in Friuli vero?”. E invece non è vero niente. Perché non si dice Frìuli, ma Friùli, con l’accento sull’u. E soprattutto perché Belluno non si trova affatto nel Friuli. (Il quale corrisponde alla vallata del Tagliamento mentre Belluno è sulla riva del Piave). Altra cosa mortificante. La maggior fama della mia terra presso gli italiani è di essere un vivaio di ottime donne di servizio. Balie, bambinaie, cameriere, domestiche, serve: ecco la gloria della contrada che mi ha dato i natali. Distintissimi seguono, quali celebrità, Gerolamo Segato il pietrificatore dei cadaveri, il dottor Pagello amante di George Sand e il Papa Gregorio della Colomba, nell’ordine. Ma sono rinomanze assai esigue, per la verità, ristrette all’ambito delle persone cosiddette colte. Cosicché, nella mente dell’italiano medio, la parola Belluno fa sorgere soltanto due idee: il Frìuli con l’accento sbagliato. E le serve. Per il resto, zero via zero».

Lasciamoci guidare qua e là, nel nostro breve viaggio attraverso la provincia, dalle parole dello scrittore Dino Buzzati che a Belluno nacque e fu molto legato e che certo ha contribuito con Segato, Pagello, della Colomba a rendere più nota una città e un territorio ancora - a distanza di oltre quarant’anni dallo scritto citato - poco conosciuto.

La provincia di Belluno, la più ampia e la meno popolata nel Veneto, si caratterizza per un ambiente interamente montuoso che si snoda lungo l’asse longitudinale del fiume Piave dalle sorgenti, nel gruppo del Peralba presso Sappada, al suo sbocco in pianura, nel basso feltrino. «C’è un fondovalle», scrive sempre Buzzati, «abbastanza largo e abbastanza comodamente abitabile che ben presto si muove in una successione di gobbe, di colline, di ripe sempre più erte. Dopodichè balzano in su, ripidissime, catene di montagne strane e selvagge, con scheletro dolomitico, ricoperto, tranne le più alte, di arbusti, di boscaglie, di prati, di acrobatici abeti». La grande varietà di ambienti e paesaggi, la presenza di maestosi gruppi montuosi con i massicci dolomitici e la grande copertura boschiva (che supera il cinquanta per cento del territorio!) fanno del bellunese un ambiente affascinante: la provincia armonizza i suoi contrasti; coniuga senza difficoltà l’asprezza delle Dolomiti alla dolcezza del fondovalle, le aree coltivate ai boschi ombrosi e selvaggi, la vitalità di cascate e ruscelli alla calma dei laghi.

Varietà che si riflette anche sul piano umano e culturale, rafforzata dal duplice legame, consolidato nel corso dei secoli, con Venezia da un lato e i territori d’oltralpe dall’altro. Varietà ribadita dalla presenza di alcune minoranze linguistiche, tutelate dalla legge: la minoranza ladina situata nell’area che comprende Agordino, Val di Zoldo, Cadore e Ampezzo; la minoranza germanofona del comune di Sappada/Plodn (provenienti dalla vallata di Villgraten) e infine quella cimbra di Farra e Tambre d’Alpago. «Belluno e la sua valle», precisa Buzzati, «hanno tuttavia una personalità speciale che gli dà un incanto straordinario ma di cui pochi per la verità si accorgono. Perché? Perché nella “Valbelluna” c’è una fusione meravigliosa e quasi incredibile fra il mondo di Venezia (con la sua serenità, la classica armonia delle linee, la raffinatezza antica, il marchio delle sue architetture inconfondibili) e il mondo del nord (con le montagne misteriose, i lunghi inverni, le favole, gli spiriti delle spelonche e delle selve, quel senso intraducibile di lontananza, solitudine e leggenda)».

I primi abitanti documentati nel bellunese risalgono a tempi antichissimi. Alla base del Pelmetto, raggiungibile da forcella Staulanza, sono ben visibili, su un masso precipitato dalle pareti sovrastanti, un centinaio di orme di ben tre specie di dinosauri.

Le tracce di presenza umana in epoca preistorica sono numerose in varie aree della provincia: ne sono un esempio la sepoltura ritrovata in val Cismon (tra Feltre e Primiero) risalente al Paleolitico Superiore ed esposta col relativo corredo nel Museo Civico di Belluno e il cacciatore del Mesolitico conosciuto come uomo di Mondeval (dalla località a 2.145 metri di altitudine dove è stato rinvenuto) e custodito a Selva di Cadore nel Museo Civico della Val Fiorentina.

Per gli appassionati, sarà possibile seguire da vicino le tappe dell’insediamento umano nel bellunese attraverso la visita alla necropoli paleoveneta presso Mel, con i suoi circa ottanta tumuli e tombe a cassetta in pietra. Il centro storico di Mel, in posizione dominante e ricco di eleganti palazzi (bandiera arancione del Touring Club), merita del resto una visita particolare, così come il poco distante Castello di Zumelle, uno dei più conservati in provincia.

A Feltre, con la sua splendida città storica arroccata su un colle, il castello e i palazzi affrescati lungo la centrale via Mezzaterra, è possibile visitare un’importante area archeologica (un quartiere residenziale con strade lastricate e resti di abitazioni e botteghe) che racconta il periodo della romanizzazione. Dell’epoca veneziana parlano le circa duecento ville sparse perlopiù lungo l’asse della Valbelluna. «Qua e là nelle campagne e sui colli circostanti», scrive Buzzati, «sorgono le vecchie ville. E non importa se non sono trionfalmente nobili come quelle del Terraglio. Come le altre famose ville venete, esse esprimono una civiltà e una serenità di vita che pure sopravvivono, sia pure ridotte ai minimi termini». Ma anche dimore e palazzi, nei principali centri abitati, «hanno l’aria classica di Venezia», continua Buzzati, «quella che si ritrova in tutti gli antichi centri già appartenuti alla Repubblica. In piccolo, imitazioni ed echi più o meno lontani dei famosi palazzi sul Canal Grande. Il balcone centrale con la trifora, i due leoncini agli angoli della balaustra, le imposte ripiegate su se stesse, il bordo di pietra alle finestre, quell’espressione cordiale, dignitosa, da signori. Ma appena fuori città ecco le grandi case rustiche, coi balconi di legno, il corpo sporgente del grande camino quadrato intorno a cui nelle sere d’inverno si siede sulla panca la famiglia che racconta lunghe storie di generazioni. Quelle case sono venute su dal mare. Queste sono venute giù dalle montagne. Convivono a poche centinaia di metri con un effetto strano e abbastanza favoloso».

Abitazioni, quelle “minori”, che parlano di un’altra cultura, una cultura che non viene dai libri, una cultura profondamente radicata nell’esperienza del vivere quotidianamente un rapporto strettissimo con ambiente e natura. Una natura che, in provincia di Belluno, è la vera protagonista.

Oltre alla Valbelluna, sulla quale si stagliano le Prealpi venete (Gruppo dello Schiara, Monti del Sole, Vette Feltrine, Massiccio del Grappa) e dove si trova anche il Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, la provincia comprende le regioni geografiche del Feltrino, dell’Alpago, della Val di Zoldo, del Cadore, dell’Agordino, del Comelico e dell’Ampezzano. Celebre per vette dolomitiche quali le Tofane, le Tre Cime di Lavaredo, il Monte Pelmo, il Monte Civetta, la Marmolada, e per la presenza di eleganti località turistiche come Cortina d’Ampezzo, il bellunese offre oggi ai turisti un’infinita e variegata scelta di opportunità, anche meno note, per soddisfare gusti e interessi differenti. Dalle semplici passeggiate, sperimentando magari il nordic walking (particolarmente consigliato a chi vuole smaltire qualche chilo di troppo!) ai percorsi lungo le Alte Vie per i più allenati, dall’arrampicata, agli itinerari in bicicletta o a cavallo. I numerosi corsi d’acqua offrono poi la possibilità di cimentarsi nel canyoning, sport giovane che consiste nel discendere a piedi, con l’aiuto di vari mezzi, i torrenti alpini. Per gli amanti del brivido, numerose sono le occasioni di praticare il volo libero (parapendio, deltaplano…) o di avvicinarvisi, grazie alla presenza di apposite scuole. Un campo fra i migliori d’Europa accoglie gli amanti del golf in Cansiglio, in uno splendido ambiente naturale.

E dal momento che, dopo un’intensa attività sportiva, un buon pranzo è proprio indispensabile, ricordiamo che la cucina bellunese, molto legata alla montagna, si basa su prodotti genuini e saporiti. Una dorata fetta di polenta fumante, i funghi, le patate e i fagioli lessi (celebri quelli di Lamon) accompagnano i tanti tipi di formaggi freschi o stagionati, braciole e costicine alla griglia, ma anche la prelibata cacciagione: quanti menù vi proporranno polenta e capriolo! Fra le specialità, una menzione speciale va al pastìn, un impasto di carne di maiale di prima scelta, macinata e insaporita con spezie e poi cotta alla piastra: un piatto semplice ma dal sapore inconfondibile; mentre lo schiz, formaggio freschissimo, è da consumarsi cotto in padella e servito ancora una volta con l’immancabile polenta.

Da non dimenticare tra i primi piatti i canederli, diffusi nell’Alto Bellunese (palle di pane raffermo impastate con uova e pezzetti di lardo e cotti nel brodo), e i casunziei, specie di “ravioli” con ripieno di patate e altri ingredienti, conditi con burro fuso e semi di papavero.

A chi non ama le sfide sportive e preferisce nutrirsi di emozioni più spirituali che gastronomiche, consigliamo infine un’immersione totale nella natura, alla scoperta della straordinaria ricchezza di fauna e flora delle vallate. Due sono in particolare gli appuntamenti da non perdere: quello a Pian de Coltura, nei pressi di Lentiai, nel mese di maggio, per ammirare la spettacolare fioritura dei narcisi e quello, altrettanto indimenticabile, in autunno, nei boschi di faggi del Cansiglio.

E per concludere a tutti - ma proprio a tutti - consigliamo di distendersi almeno una volta su un prato ad ammirare le nuvole, quelle nuvole bellunesi che Dino Buzzati ha così descritto: «Di così splendide non se ne vedono neppure sopra i grandi deserti d’Africa, pur rinomatissimi per questo genere di fenomeni. Esse si incastellano in architetture immense risplendendo a lungo dopo che l’ombra è già caduta sulla valle e vi riverberano magici riflessi. Non sarebbe strano che i turisti venissero apposta dall’Australia o dal Brasile per vederle. La loro materia non è quella grossolana delle nuvole oceaniche, bensì fine, densa, quasi carnale. I loro golfi lividi e violacei ripetono, ingigantendole, le fantastiche prospettive delle montagne che s’innalzano di sotto tutt’intorno. E in vetta i candidi pinnacoli si torcono lentamente in continua metamorfosi, narrando lunghe epopee, di cavalli, di bandiere, di palazzi, di vescovi, d’elefanti, di baiadere, di dragoni, di amori, di battaglie. Alle volte, per gioco, fingono di essere loro stesse Dolomiti: per qualche minuto stanno immobili. Proprio come se fossero di pietra. Selve immani di torri strapiombanti, con pareti di migliaia e migliaia di metri, come al mondo purtroppo non esistono. L’illusione è così perfetta che per qualche istante viene il dubbio siano scaturite dalla terra, veramente, per miracolo, dei picchi alti come l’Himalaya. E già l’occhio cerca su quei terribili precipizi una possibile via di salita, quando le rupi si piegano da un lato, liquefacendosi grottescamente in silenziose rovine». [C.A.N.]

Le citazioni sono tratte da Dino Buzzati, La mia Belluno, Comunità Montana Bellunese Assessorato alla Cultura, Grafiche Antiga, Cornuda 1992 (scritti del 1959-60 per una rivista medica e del 1970 per il Corriere della sera).


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